Monthly Archives: dicembre 2017

Mercato e antimercato

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Siamo sempre gli stessi, e l’orientamento di fondo del nostro paese non è forse mai cambiato. Tra statalismo e liberismo, la vocazione economica sembra la prima e la classe politica torna alle sue antiche posizioni anti mercato. Su questi piani si muove l’analisi di stamattina di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, un articolo che ha suscitato discussione anche per l’accostamento del vecchio Partito Comunista al nuovo Movimento 5 Stelle. È un paese con una forte inclinazione illiberale, il nostro? Esiste in Italia un antimercatismo radicato che attraversa periodi e forme politiche diverse?

Gli ospiti dell’11 dicembre 2017

Luigino Bruni, docente di Economia Politica all’Università Bicocca di Milano. Tra i suoi libri più recenti: Il mercato e il dono. Gli spiriti del capitalismo (Università Bocconi, 2015), L’economia civile (con Stefano Zamagni, Il Mulino, 2015)

Franco De Benedetti, politico e imprenditore, già senatore della Repubblica. Tra i suoi libri ricordiamo Scegliere i vincitori e salvare i perdenti. L’insana idea della politica industriale (Marsilio, 2016)

Elena Granaglia, insegna Scienza delle Finanze nell’Università di Roma Tre e fa parte della Redazione del “Menabò di Etica e Economia”. Con Magda Bolzoni ha scritto per Ediesse Il reddito di base (2016) e ricordiamo anche Dobbiamo preoccuparci dei ricchi con Maurizio Franzini e Michele Raitano (Il Mulino, 2014)

Piergiorgio Corbetta, direttore delle ricerche dell’Istituto Cattaneo. È appena uscito a sua cura il libro Come cambia il partito di grillo (Il Mulino 2017)

Simona Colarizi, insegna Storia contemporanea e storia dei partiti alla Sapienza di Roma.  Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo Storia politica della Repubblica. Partiti, movimenti e istituzioni 1943-2006 e Storia del Novecento italiano. Cent’anni di entusiasmo, di paure, di speranza

Sul digitale tassa velleitaria, meglio puntare alla concorrenza

È discutibile se dire che i dati sono il petrolio dell’economia digitale sia una metafora oppure una similitudine: di sicuro induce in errore e potenzialmente fa danni. In errore perché mette sullo stesso piano l’economia dei bit e quella degli atomi, mentre se si vuol capire qualcosa dell’economia digitale, è essenziale iniziare col distinguere tra i due mondi. Fa danni perché vuole indurre i cittadini a pretendere che i loro Stati reclamino delle royalty da questo nuovo petrolio, come se non sapessimo dove son finiti i soldi estratti da quello vecchio, vale a dire a comperare auto di lusso e aerei da caccia per difenderle. Sostenere, come fa Mauro Marè (Web tax, i punti fermi da cui si deve ripartire, Il Sole 24 Ore del 5 dicembre 2017) che “le basi imponibili vanno cercate dove si formano e si trovano e cioè nei dati” e che “la chain value dell’economia digitale è nei dati”, senza analizzare le mutazioni e gli accrescimenti, di natura e di valore, che il dato subisce nell’economia digitale, significa condannarsi a non capire le “enormi trasformazioni” che essa porta con sé. I dati di un IP, in sé di valore pressoché nullo, diventano preziosi se qualcuno te li restituisce come chiave per accedere a miliardi di pagine di libri. I gesti che faccio mentre guido la mia macchina non hanno alcun valore: ma se qualcuno li registra, analizza e immette in una banca dati, questa consentirà il deep learning di un algoritmo, grazie a cui potremo, io (se lo vorrò) usare un’auto a guida autonoma, e un costruttore vendermela.

Franco Debenedetti sul Sole24Ore

Statalismi di ritorno

C’è una sorta di strabismo che colpisce i politici quando si avvicinano le elezioni. Volendo acquisire consenso, l’unica strada che riescono a percorrere è quella delle promesse. Promesse con cui vorrebbero rendersi paladini dei cittadini. E che quasi mai riescono a realizzare visto che, come spesso accade, sono promesse basate su maggiori spese che i conti dello Stato non consentono. Non è spiegabile altrimenti come negli ultimi anni si siano smarrite strade che ormai sembravano acquisite e che portavano benefici alla maggioranza dei cittadini, non a lobby organizzate. Il caso della concorrenza è emblematico. Ogni anno il governo, sulla base delle segnalazioni dell’Autorità antitrust, dovrebbe proporre al Parlamento una legge sulla concorrenza: lo prevede la legge 99 del 23 luglio 2009. In realtà in nove anni questo obbligo è stato rispettato solo una volta: dal governo Renzi nel 2015. E sì che i cittadini pensano che la concorrenza sia importante. Per l’84% degli italiani «amplia la libertà di scelta dei consumatori», per il 74% «consente un miglioramento della qualità di beni e servizi» (dati dell’Eurobarometro, indagine della Commissione europea). Ci sono voluti 30 mesi perché quella legge sulla concorrenza venisse approvata dal Parlamento. In quei 30 mesi le mille piccole rendite (tutte sulle spalle dei cittadini) che il testo iniziale della legge cercava di ridurre vennero in gran parte salvate. Ad esempio continuando ad obbligare i cittadini a rivolgersi ad un notaio per costituire una srl semplificata o per cederne le quote. O mantenendo il monopolio legale di Poste italiane sulla consegna degli atti giudiziari.

Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera

Il mercato e quel bacino di ostilità

Sabato scorso, sulla prima pagina di questo giornale, c’erano una notizia e un commento, apparentemente senza legami fra loro, che, insieme, attestavano l’esistenza di persistenze, di continuità storiche, confermavano il fatto che gli orientamenti di fondo di questo Paese non siano mai davvero cambiati, siano oggi gli stessi di molti decenni fa. La notizia consisteva nel risultato di un sondaggio che dà il movimento dei 5 Stelle al 29,1 per cento, lo conferma, nelle intenzioni di voto degli italiani, come primo partito. Il commento era quello di Francesco Giavazzi che documentava la rimonta dello statalismo dopo una breve stagione, durata pochi anni, in cui era sembrato in ritirata, che descriveva una classe politico-parlamentare di nuovo preda di una frenesia anti-mercato come dimostrano tanti provvedimenti sfornati recentemente dal Parlamento. Pochi, mi pare, hanno notato che i 5 Stelle raggiungono, per lo meno nei sondaggi, più o meno la stessa percentuale di consensi che era propria del Partito comunista all’epoca della cosiddetta Prima Repubblica. Vero, una cosa sono le intenzioni di voto e un’altra cosa sono i voti ma, tenendo conto del fatto che spesso i partiti antisistema sono sottorappresentati nei sondaggi, il sospetto è che, proprio come ai tempi del Pci, ci sia grosso modo un terzo degli italiani disponibile a votare per un partito programmaticamente ostile alla democrazia liberale.

Angelo Panebianco sul Corriere della Sera