Statalismi di ritorno

C’è una sorta di strabismo che colpisce i politici quando si avvicinano le elezioni. Volendo acquisire consenso, l’unica strada che riescono a percorrere è quella delle promesse. Promesse con cui vorrebbero rendersi paladini dei cittadini. E che quasi mai riescono a realizzare visto che, come spesso accade, sono promesse basate su maggiori spese che i conti dello Stato non consentono. Non è spiegabile altrimenti come negli ultimi anni si siano smarrite strade che ormai sembravano acquisite e che portavano benefici alla maggioranza dei cittadini, non a lobby organizzate. Il caso della concorrenza è emblematico. Ogni anno il governo, sulla base delle segnalazioni dell’Autorità antitrust, dovrebbe proporre al Parlamento una legge sulla concorrenza: lo prevede la legge 99 del 23 luglio 2009. In realtà in nove anni questo obbligo è stato rispettato solo una volta: dal governo Renzi nel 2015. E sì che i cittadini pensano che la concorrenza sia importante. Per l’84% degli italiani «amplia la libertà di scelta dei consumatori», per il 74% «consente un miglioramento della qualità di beni e servizi» (dati dell’Eurobarometro, indagine della Commissione europea). Ci sono voluti 30 mesi perché quella legge sulla concorrenza venisse approvata dal Parlamento. In quei 30 mesi le mille piccole rendite (tutte sulle spalle dei cittadini) che il testo iniziale della legge cercava di ridurre vennero in gran parte salvate. Ad esempio continuando ad obbligare i cittadini a rivolgersi ad un notaio per costituire una srl semplificata o per cederne le quote. O mantenendo il monopolio legale di Poste italiane sulla consegna degli atti giudiziari.

Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera

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