Siti Unesco italiani da spianare. Consigli a Trump

Siti Unesco italiani da spianare. Consigli a TrumpLa fuoriuscita degli Stati Uniti dall’Unesco forse non sarà minacciosa come lo sarebbe l’uscita della Turchia dalla Nato o quella di Pyongyang dalla Convenzione di Ginevra, se mai ci è entrata . Ma per un paese come l’Italia, che detiene il record di maggior numero di patrimoni dell’umanità dell’Unesco (53) e tanto sta investendo, alla faccia di Tomaso Montanari, per valorizzare le sue bellezze, l’occasione di un aiutino, un nudge, da parte di Trump è ghiotta. Se non gl’importa più dell’Unesco, e ha voglia di bombardare qualche sito tanto per fare allenamento, ci sono un po’ di posti a cui anche a noi farebbe comodo dare una rassettata.

Ne suggeriamo qualcuno. Il centro storico di Roma, così poi magari la Raggi si decide a ripulirlo. Le Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, così possono bruciare in pace senza che Di Maio sia costretto tutte le estati a chiedere i Canadair a Macron. Il Cenacolo Vinciano, che a Milano di cinesi in gita non ne possiamo più. Per non parlare dei siti in predicato, che sono altrettanti. Come i vigneti coi muretti a secco della Valtellina, tanto per fare uno sgarbo a Ermanno Olmi. Insomma ci aiuti il fuoriuscito Trump a fare dell’Italia un dalemiano “paese normale”. E se ha bisogno un titolo per la missione, c’è sempre il berlusconiano “il paese che amo”.

Maurizio Crippa su Il Foglio

Le troppe distrazioni dell’Italia sull’Unesco

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La decisione statunitense di lasciare, entro il 31 dicembre, l’Unesco (che non finanziavano più già dal 2011), a causa della sua comprovata ostilità allo Stato di Israele, non è manifestamente impropria e sarà utile, si spera, a puntare un riflettore sull’inesorabile deriva presa negli ultimi decenni dall’agenzia culturale delle Nazioni Unite. A partire dal 2018 gli Stati Uniti resteranno a Parigi dove ha sede l’Unesco come «osservatori», sia pure da «non membri». È una decisione presa in extremis, appena un attimo prima che sia nominato alla guida dell’Unesco stessa un esponente politico del Qatar, Hamad bin Abdulaziz Kawari, che, al primo voto per l’importante incarico, ha ottenuto il maggior numero di suffragi. E il Qatar — ricordiamolo — è da tempo identificato come uno dei quattro o cinque Paesi al mondo più inclini ad alimentare il fondamentalismo islamico. In Italia questo problema è poco avvertito ed è ipotizzabile che all’origine della nostra distrazione sia la generosità con la quale l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani si è sempre mostrato disponibile a investire nel nostro Paese. L’indulgenza italiana nei confronti del Qatar è iniziata ai tempi del governo presieduto da Mario Monti: l’economia — per usare un eufemismo — andava male e i soldi dell’emirato, in quell’emergenza, furono considerati benvenuti. Vanno inserite in questo quadro una serie di operazioni immobiliari e finanziarie in Italia.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera

Chi è l’emiro che compra mezza Europa. Calcio, aerei, alta moda e finanza

Grattacieli e moschee, banche e compagnie petrolifere, maison della moda e hotel di lusso, campioni di calcio e navi militari: nonostante le apparenze c’è una strategia dietro la compulsiva campagna acquisti dell’emiro Tamim bin Hamad al Thani, capo della potente dinastia del Qatar. Cosa lega i circa 600 milioni di euro messi sul piatto per portare Neymar dal Barcellona al Paris Saint-Germain ai 5 miliardi di commesse a Fincantieri per sette navi militari, per restare solo agli ultimi affari?Il «puritanesimo soft» del giovane emiro qatariota secondo l’Economist, l’intenzione di esportare l’Islam politico in Europa coniugando sport e religione, arte e affari, cultura e turismo. Da qui lo shopping senza tregua, l’acquisto di quote e partecipazioni in tutte le grandi società europee, che siano francesi o tedesche, italiane o inglesi, unito al supporto ai Fratelli Musulmani, sia finanziario che mediatico, attraverso i microfoni di Al Jazeera. Da qui l’esibizione di una grandeur che è una sfida agli altri Stati del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita. Che ha spinto Trump a mettere al bando il Qatar, stringere attorno all’emirato un cordone di sicurezza per disinnescare la strategia, che in Libia e Siria ha provocato disastri.

Pino Blasio su Quotidiano.net

Loris Bertocco: storia di un suicidio assistito. Ascolta la puntata

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“Io sono stato e sono ancora convinto che la vita sia bella e sia giusto goderla in tutti i suoi vari aspetti, sia quelli positivi che quelli negativi. Questo è esattamente quello che ho fatto sempre nonostante l’incidente che ho avuto e le difficoltà di tutti i tipi che questo mi ha creato. Non ho mai rinunciato a niente di tutto quello che potevo fare, nonostante gli ostacoli che ho trovato… Credo in questo momento che la qualità della mia vita sia scesa sotto la soglia dell’accettabilità e penso che non valga più la pena di essere vissuta. Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere in un istituto e come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile. Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa”

Loris Bertocco ha raccontato a Concita De Gregorio, con una lettera a Repubblica, la sua scelta di morire col suicidio assistito in Svizzera. #Lacittà di stamattina è la sua storia, è per lui

Gli ospiti del 12 ottobre 2017

Luana Zanella, Portavoce del partito dei Verdi, lei e Gianfranco Bettin hanno inviato, con una loro nota, a Concita de Gregorio di Repubblica la lettera di Loris Bertocco che racconta la sua vita di sofferenza e la sua scelta di morire col suicidio assistito in Svizzera

Silvia Cutrera, rappresenta due associazioni: l’agenzia per la vita indipendente di Roma e F.I.S.H., la federazione per il superamento dell’handicap di cui è vicepresidente. (Lei è tetraplegica a causa di un incidente stradale, si batte per la possibilità di una vita indipendente per i disabili non solo per soddisfare le esigenze quotidiane ma anche a livello politico ed economico)

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Marco Cappato, radicale, promotore di numerose azioni di disobbedienza civile per la legalizzazione di eutanasia e droghe e per le libertà civili, è tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e coordinatore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica, è appena uscito il suo libro Credere, disobbedire, combattere (Rizzoli), che presenta oggi pomeriggio a Roma alle 18.30 con Filomena Gallo alla libreria Feltrinelli in Galleria Alberto Sordi

Vito Mancuso, teologo, insegna Storia delle dottrine teologiche all’Università di Padova, autore del best seller L’anima e il suo destino (Raffaello Cortina, 2007). Tra i suoi ultimi libri Il coraggio di essere liberi (Garzanti, 2016) e Io amo, piccola filosofia dell’amore

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La piazza della città di radio3

Il dolore del paziente deve essere centrale quando si parla di eutanasia

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A parte l’ilare futilità di alcuni (Maurizio Lupi: “Erode è tornato”, e chissà cosa starà per dichiarare Beatrice Lorenzin), l’attuale discussione sull’eutanasia dei minori risulta assai interessante. La stessa contrapposizione, per così dire, tra favorevoli e contrari si è rivelata per una volta – e provvidenzialmente – meno rigida e più problematica di quanto fosse apparsa in precedenza.

E tuttavia è come se nella riflessione collettiva rimanesse ancora un vuoto che si fatica non solo a colmare ma, ancor prima, a guardare. Mi spiego: la gran parte delle questioni sollevate sembra di grande rilievo. Anche quella che interpella i soli credenti e che si esprime nell’assunto: la vita è un dono di Dio e solo Dio può disporre di essa. Intorno a quell’affermazione, ruotano le obiezioni più robuste formulate dalla cultura cattolica.

Ma è stato proprio un autorevole esponente di quella stessa cultura a evidenziare come, se così fosse, si tratterebbe della singolarissima anomalia di un dono che resta proprietà del donatore. D’altra parte, è vero che il rovesciamento speculare di quell’assunto non può tradurre il principio dell’autodeterminazione in una sorta di nichilismo egotico e privatistico. Un atteggiamento che spoglierebbe il dono della vita della sua dimensione di acquisto universale, e dunque inseparabile dal rapporto con la collettività, per ridurlo a consumo solitario.

Continua a leggere Luigi Manconi su Internazionale

La mappa dell’eutanasia nel mondo

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Il termine eutanasia non è univoco, comprende una variegata declinazione di modalità, alcune delle quali al centro, più delle altre, di un acceso dibattito etico-filosofico che non risparmia nemmeno il testamento biologico. Un tema ritornato di attualità con la morte di Fabiano Antoniani, noto con il nome di Dj Fabo, che ha rispolverato anche la necessità di una legge italiana sul testamento biologico, la possibilità di rendere note le proprie volontà riguardo ai trattamenti sanitari, nel momento in cui le condizioni di salute non permettessero di esprimerle. Anche in questo caso la terminologia può creare un po’ di confusione: biotestamentotestamento biologico e Direttive anticipate di trattamento (Dat) sono, di fatto, sinonimi.

L’accanimento terapeutico, invece, non va inserito nel contesto dell’eutanasia, come ha evidenziato il Consiglio superiore della sanità nel 2006, pronunciandosi sul caso di Piergiorgio Welby, qualificandolo come “la somministrazione ostinata di trattamenti sanitari in eccesso rispetto ai risultati ottenibili e non in grado di assicurare al paziente una più elevata qualità della vita residua” . In parole più semplici l’accanimento terapeutico corrisponde a una forma di abuso di trattamenti che non migliorano la vita di un individuo prossimo alla morte. Da non confondersi ancora con la sospensione delle cure, un diritto previsto per qualunque paziente, che ha consentito proprio a Welby la possibilità di essere staccato dal respiratore che lo teneva in vita.

Continua a leggere Giuditta Mosca su Wired

La ventenne olandese vittima di violenze sessuali a cui è stato concesso di morire

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A una ragazza olandese è stata concessa l’eutanasia con una puntura letale dopo che i dottori hanno determinato che i sintomi post traumatici di cui soffriva—frutto di violenze sessuali subite durante l’infanzia—erano “insostenibili”.

“Non aveva alcuna prospettiva o speranza,” avrebbe dichiarato il suo psichiatra. Secondo Metro UK, i sintomi della paziente includevano una grave forma di anoressia, depressione cronica, allucinazioni e complessi che di fatto la costringevano a letto.

Mentre il Daily Mail e altre fonti hanno riportato che la paziente era stata ritenuta da diversi psichiatri “completamente in grado” di scegliere di porre fine alla propria vita, la sua eutanasia è stata guardata con sospetto, come in generale per la politica dei Paesi Bassi nei confronti del fine vita. “Manda un po’ il messaggio secondo cui se sei vittima di violenze, e questo comporta problemi mentali, per punizione ti aspetta la morte—come se la punizione per il crimine di essere una vittima fosse la morte,” ha commentato un politico britannico.

“Non direi mai che, nel lungo periodo, una persona sia assolutamente incurabile,” ci ha spiegato la dottoressa Yael Margolin-Rice, consulente specializzata nei traumi sessuali. “Di certo i sintomi possono essere assolutamente intollerabili, e la miseria che il trauma causa può essere insondabile per chiunque non l’abbia provata.”

Diana Tourjée su Vice

Eutanasia, un italiano al giorno va in Svizzera per la “dolce morte”

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«Circa un italiano al giorno va in Svizzera per ottenere l’eutanasia e nell’ultimo mese è arrivata oltre una richiesta al giorno». Sono i numeri che ha presentato l’Associazione Luca Coscioni e che si riferiscono agli italiani che chiedono di poter dare termine alla propria vita a seguito di gravi patologie da cui sono affetti.

20 MILA PERSONE PRONTE A CHIEDERE L’EUTANASIA. Secondo l’associazione si tratta di numeri in crescita e che «potenzialmente 20.000 persone in Italia ricorrerebbero alla pratica eutanasica. Una situazione che rende urgente la legge sul Biotestamento». Le richieste pervenute per avere informazioni o per poter contattare strutture in Svizzera, hanno spiegato dall’organizzazione, sono “centinaia”. Alcune davvero disperate.

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Eluana, Dj Fabo e Loris: le battaglie per il fine vita

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Eluana, Welby, Walter, Giovanni, Dj Fabo, Davide. E ora Loris Bertocco, 59enne malato da anni, che ha scelto di mettere fine alla propria vita. E’ solo l’ultima delle tante storie di italiani che hanno scelto di andare in Svizzera per affidarsi al suicidio assistito perché straziati da dolore e sofferenze.

Verde storico del Veneto, Loris è rimasto paralizzato da quando, a 18 anni, ha avuto un incidente stradale. Abbandonato dalle istituzioni, e senza più soldi per curarsi, ha deciso che era il momento di optare per la scelta estrema.

Il caso di Loris fa riaccendere i riflettori sulla legge sul biotestamento, impantanata da mesi in Senato. Dopo il via libera dalla Camera ad aprile, il disegno di legge era passato a Palazzo Madama, dove è ancora bloccato in commissione.

PIERGIORGIO WELBY – Decidere quando mettere fine alla propria vita per far cessare ogni sofferenza è una battaglia che nel Belpaese va avanti da 11 anni e che è stata combattuta da tanti prima di Loris e Fabo. A partire da Piergiorgio Welby, che ha vinto la sua lotta il giorno in cui è morto: il 20 dicembre 2006 Welby, attivista, giornalista e co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, con l’aiuto del medico anestesista Mario Riccio e di familiari e amici, sceglie di interrompere le cure e di spegnere il respiratore che lo tiene in vita, immobilizzato a letto a causa della distrofia muscolare.

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A che punto è la legge sul fine vita?

Lo scorso 20 aprile la Camera dei deputati ha approvato la cosiddetta “legge sul fine vita” o sul “testamento biologico”, una norma che permette – entro alcuni limiti – di esprimere in anticipo quali trattamenti medici ricevere nel caso di gravi malattie. La legge è passata ora all’esame del Senato, dove però il suo futuro appare piuttosto incerto. La maggioranza che la sostiene non è molto ampia e i tempi della sua approvazione rischiano di allungarsi fino al termine della legislatura. Del tema si è tornati a parlare per il caso di Charlie Gard, il bambino britannico a cui i medici hanno impedito il ricorso a una terapia sperimentale negli Stati Uniti perché ritenuta un caso di accanimento terapeutico. Benché pochissimi politici italiani si siano astenuti dal commentare la vicenda, in Italia non esiste una legge che regoli la possibilità per il paziente o un suo fiduciario di esprimersi sul prolungamento delle cure che lo riguardano.

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