“Io, Loris Bertocco, sono rimasto solo con la mia malattia: scelgo la morte e vi lascio l’amore”

"Io, Loris Bertocco, sono rimasto solo con la mia malattia: scelgo la morte e vi lascio l’amore"

Sono Loris, vi chiedo la possibilità di accompagnarmi in questo percorso e vi racconto la mia storia.

Sono nato a Dolo il 17 giugno del 1958 e nel 1977 frequentavo l’Istituto Tecnico.  Il 30 marzo 1977 ho fatto un incidente stradale che avrebbe potuto portare delle conseguenze di poco conto. Un’automobile mi ha investito mentre ero in ciclomotore. In realtà l’incidente ha avuto delle conseguenze molto gravi e nell’impatto c’è stata una frattura delle vertebre C5 C6 e sono rimasto completamente paralizzato.
Sono stato subito ricoverato all’Ospedale di Padova nel reparto di neurochirurgia, dove mi hanno operato immediatamente e lì sono rimasto fino al 16 giugno 1977. Sono stato poi ricoverato nell’Ospedale Civile di Vicenza dove sono rimasto fino al 29 ottobre dello stesso anno. Il certificato che è stato redatto nello stesso Ospedale alle dimissioni attesta una situazione che a parere dei medici era di gravità estrema; si parlava di difficoltà nel potere riacquisire una stazione eretta e dell’impossibilità della deambulazione e quindi di non più autosufficienza. Qualche giorno dopo il mio ritorno a casa il fisioterapista che mi aveva seguito nel primo ricovero in neurochirurgia di Padova, dove mi avevano operato di laminectomia con artrodesi C3 C4 C5, è riuscito a farmi camminare con il suo sostegno e con quello di mio padre per un tratto di circa venti metri. In questo tratto muovevo autonomamente le gambe, anche se spesso tentavano di cedere.
Dopo pochi giorni a metà dicembre del 1977 sono stato ricoverato all’Ospedale al Mare di Lido di Venezia. Quando i medici hanno verificato che riuscivo a spostarmi con un aiuto, hanno investito molto sul mio recupero e sono rimasto ricoverato per molti mesi e con brevi interruzioni fino al luglio del 1980. Dopo questo lungo percorso riabilitativo mi alzavo dalla carrozzina facendo leva sul braccio destro o su un appoggio fisso. Camminavo con due stampelle: la parte sinistra funzionava meglio e con quella riuscivo a mangiare da solo e a tenere la stampella, mentre la destra funzionava peggio e non poteva sostenerla autonomamente.

Memoriale di Loris Bertocco prima della morte

La catalogna indipendente favorisce le autonomie europee? Ascolta la puntata

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Torniamo in Catalogna all’indomani del discorso di Puigdemont: una realtà ambivalente e complicata, l’indipendenza dichiarata ma congelata, l’apertura al dialogo, cosa porteranno? Ma oltre alla questione catalana, ci sono altre esperienze di localismo e indipendentismo – dal referendum sulla Brexit, all’autonomismo leghista – che hanno qualcosa in comune e cioè il tentativo di erosione progressiva dell’appartenenza all’unità nazionale.

Gli ospiti del 12 ottobre 2017

Maria Rovira, consigliera comunale a Barcellona nel partito d’opposizione di sinistra radicale  Cup, indipendentista

Marco Grispigni, studioso di movimenti sociale europei introduce il volume di AA VV, Catalogna indipendente. Le ragioni di una battaglia (manifestolibri)

Mario Ricciardiinsegna Filosofia del diritto alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, è membro dell’Associazione omonima e fa parte del Comitato di direzione della rivista “il Mulino” sulla quale ha scritto l’altro giorno l’articolo Democrazia e delegittimazione che trovate sul nostro blog insieme agli altri approfondimenti di questi giorni della rivista sulla questione catalana

Stefano Lusa, caporedattore del programma informativo Radio Capodistria

Andrea Nicastro, già corrispondente del Corriere della Sera a Madrid, ora inviato a Barcellona                                                     

Carmine Pinto, storico contemporaneo all’Università di Salerno. Ha appena pubblicato “Cause perdute. Miti e culture dei vinti tra Ottocento e Novecento”, numero monografico della rivista Meridiana

Ascolta la puntata 

La piazza della città di radio3

Non solo Scozia: il puzzle degli indipendentismi europei

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Lo sapevate, per esempio, che sempre in Gran Bretagna anche la Cornovaglia – che entrerà nel Consiglio d’Europa – punta all’indipendenza (anche se il suo partito di riferimento, Meybon Kernow, non supera l’1%)? Così come, restando oltremanica e dimenticandoci per un attimo dell’Ulster, esistono movimenti un po’ ovunque, dal Wessex al Northumberland passando ovviamente per il bilingue Galles sostenuta dal partito nazionalista Plaid Cymru.

Allargando lo sguardo al resto d’Europa, non c’è che l’imbarazzo della scelta: ne uscirebbe una mappa completamente stravolta se, per esempio, la Frisia si staccasse dall’Olanda ricongiungendosi al pezzo di territorio tedesco o Nizza e addirittura l’Occitania (cioè tutto il Sud della Francia) prendessero un’altra strada rispetto a Parigi.

Fantageografia? Mica tanto. Sono tutti territori in cui – certo con seguito e consenso differenti, dall’insignificanza alla maggioranza – sono attivi partiti, movimenti e gruppi che puntano a fortissimi statuti di autonomia. Se non appunto al distacco definitivo.

Non solo la Corsica, dove il movimento nazionalista, tornato nel vivo dagli anni Sessanta e spesso protagonista di un ottimo consenso elettorale oltre che di numerosi fatti di sangue, ci è più noto per contiguità e anche interesse storico. Oppure l’indipendentismo sardo, al contrario di quello còrso pacifico e ben radicato fra la popolazione dell’isola. Ma anche la più distante Samogizia in Lituania – dove da anni il movimento ha perso ogni slancio – o il land di Szekely, dove vivono i siculi di Romania. Gruppo etnico di origine ungherese stabilito in Transilvania con minoranze in Voivodina (Serbia).

Approfondisci su Wired

La crisi catalana nelle mani di Madrid

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Il peggio è stato evitato. Probabilmente non sarà necessaria una prova di forza immediata, ma è altrettanto vero che non è stato risolto niente, perché a questo punto bisognerebbe che il presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy si dimostrasse ancora più astuto di quanto non lo sia stato il 10 ottobre il capo dell’esecutivo catalano Charles Puigdemont.

Indipendentista fin dall’adolescenza, Puigdemont è riuscito a riaffermare il diritto all’indipendenza della Catalogna appoggiandosi ai risultati del referendum del 1 ottobre, proponendo al contempo di “sospendere” l’applicazione di questa dichiarazione d’indipendenza (che non è stata formalmente presentata) per avviare una trattativa e trovare una soluzione concordata di cui però non ha precisato la natura.

Puigdemont, insomma, ha detto tutto e il contrario di tutto. Ognuno poteva interpretare le sue parole come voleva, tanto sono state ambigue. Il governo spagnolo non ha sbagliato quando ha definito “inaccettabile” una “dichiarazione implicita di indipendenza seguita da una sospensione esplicita”. Effettivamente è andata proprio così. L’indipendenza è stata implicita, ma la sua sospensione è stata talmente esplicita che Madrid non può facilmente optare per un’amministrazione diretta della Catalogna cancellandone l’attuale autonomia.

L’analisi di Bernard Guetta su Internazionale 

Madrid rifiuta il dialogo. La Catalogna ora è più isolata in Europa

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Prima si è spinto fino a dichiarare l’indipendenza della Catalogna, poi ha sospeso gli effetti dell’indipendenza. Infine ha chiesto alla Spagna di aprire una trattativa. «Come presidente della Generalitat – ha detto Carles Puigdemont ieri al Parlament di Barcellona – assumo il mandato perché la Catalogna si converta in una Repubblica indipendente». Ma ha chiesto che gli effetti di questa dichiarazione vengano sospesi, per alcune settimane, «per avviare un dialogo, per arrivare a una soluzione concordata, per continuare a dare risposte alle domande del popolo catalano».

Puigdemont ha studiato ogni virgola del suo intervento di ieri sera, per restare in equilibrio tra la rottura definitiva con Madrid e una trattativa che appare lunga e difficile, se non impossibile. E tuttavia il leader degli indipendentisti catalani non ha affatto rinunciato alla secessione. Anzi, ha ribadito che dopo il referendum del primo ottobre, dopo aver contato oltre due milioni di cittadini ai seggi, dopo aver visto le cariche della polizia contro chi voleva votare, è ormai inevitabile che la Catalogna diventi una nazione sovrana. «I risultati del referendum mostrano che la Catalogna ha conquistato il diritto di essere uno Stato indipendente. Le urne hanno detto sì all’indipendenza e questa è l’unica lingua che noi comprendiamo. Se tutto il mondo agirà con responsabilità, il conflitto si potrà risolvere in modo sereno, rispettando la volontà dei catalani».

Luca Veronese sul Sole24Ore

La “dichiarazione di indipendenza” della Catalogna, spiegata bene

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Ieri sera il presidente catalano Carles Puigdemont ha dichiarato l’indipendenza della Catalogna in un discorso molto atteso di fronte al Parlamento catalano, ma poi ha subito sospeso gli effetti della sua dichiarazione per poter iniziare dei negoziati con il governo centrale spagnolo di Madrid. Con questa decisione Puigdemont ha cercato di tenere insieme la variegata coalizione politica che lo sostiene – accomunata praticamente solo dall’indipendentismo – e allo stesso tempo riconoscere il risultato del referendum senza però tagliare bruscamente i ponti con la Spagna.

Puigdemont ha riconosciuto i risultati del referendum sull’indipendenza catalanadell’1 ottobre, considerato illegale dalla magistratura e dal governo spagnoli, e ha annunciato di voler assumere «il mandato che il popolo della Catalogna diventi uno stato indipendente sotto forma di Repubblica». Dopo la seduta parlamentare, i deputati della coalizione di governo e i loro alleati hanno firmato un testo della dichiarazione d’indipendenza: il documento firmato però non verrà pubblicato nel registro ufficiale del governo catalano e quindi non avrà effetti legali, almeno per ora.

Continua a leggere l’articolo di Elena Zacchetti sul Post 

Catalogna come la Jugoslavia? Tutte le analogie

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E se la crisi catalana riportasse l’Europa sull’orlo di una guerra civile come quella che sconvolse negli anni ’90 la ex Jugoslavia?

Nessuno lo dice, nessuno ne parla. Perché la sola evocazione della parola, ex Jugoslavia, ci fa andare col pensiero alla più grande tragedia che abbia colpito il continente dal Dopoguerra a oggi. Un conflitto di dieci anni che ha provocato oltre 100mila morti e la disgregazione di un Paese che per quanto retto da una dittatura, aveva elevato la pacifica convivenza tra etnie e religioni a stile di vita e rango costituzionale.

Il cuore del problema è il perimetro dell’autonomia, che i croati come oggi i catalani, volevano estendere fino a trasformarla in totale indipendenza, sancita da una secessione. Croazia e Slovenia erano le regioni più ricche della Jugoslavia, quelle che versavano più soldi alle casse centrali dello Stato, e che ricevevano in cambio meno di quanto sborsavano. Accanto alla rivendicazione finanziaria e fiscale c’era poi quella storica basata su cultura e identità proprie (nel caso della Croazia anche sulla religione cattolica contrapposta a quella ortodossa dei serbi). E se restiamo al confronto tra Croazia e Serbia paragonato a quello tra Catalogna e Spagna, colpisce pure che sia i croati sia i catalani hanno una lingua diversa da quella dei loro fratelli-coltelli (anzi, la lingua catalana si discosta molto di più dallo spagnolo castigliano di quanto non fosse diverso il croato dal serbo, che si distinguono per poche parole e una diversa pronuncia: diverso è per lo sloveno che è proprio una lingua a parte).

Marco Ventura su Panorama

Democrazia e delegittimazione

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La vicenda catalana, dall’esito ancora incerto, non pone soltanto questioni che riguardano la politica interna spagnola. Appare evidente, infatti, che il distacco della Catalogna dalla Spagna avrebbe inevitabilmente conseguenze politiche ed economiche i cui effetti si avvertirebbero in tutta l’Unione europea. Ne stiamo vedendo un’anticipazione in queste ore con le notizie di una fuga, le cui proporzioni reali sono difficili da valutare, da parte di investitori, imprese e piccoli risparmiatori, che cercano di mettere i propri soldi al riparo dall’onda d’urto che potrebbe seguire a una dichiarazione di indipendenza, per quanto dubbia sul piano costituzionale.

L’importanza di quel che sta accadendo in Spagna è anche nel carattere esemplare di una concatenazione di eventi che ci aiuta a riflettere sulla crisi di legittimità delle istituzioni rappresentative che sta investendo, in forme leggermente diverse a seconda dei contesti, tutte le democrazie liberali. Sotto questo profilo si potrebbe parlare di una vera e propria “destabilizzazione democratica” di questi regimi, perché essa avviene attraverso la messa in discussione delle forme e delle procedure tipiche della rappresentanza parlamentare, che vengono scavalcate, erodendone la legittimità, con il ricorso alla volontà popolare espressa in quella che viene percepita come una forma non mediata.

La manifestazione forse più interessante di questa tendenza la troviamo nel Regno Unito. Un regime parlamentare che eravamo abituati a considerare paradigmatico per la sua stabilità ed efficienza – non a caso si parlava di un “modello Westminster” – che negli ultimi anni è sottoposto a una pressione continua e crescente da parte di partiti locali o coalizioni di interessi che invocano il ricorso alla volontà diretta del popolo per risolvere questioni che un tempo sarebbero state affidate senza alcun dubbio alla deliberazione parlamentare. Al referendum che reclamava l’indipendenza per la Scozia è seguito quello per la Brexit, e non passa giorno senza che qualcuno nel Regno Unito chieda la convocazione degli elettori per pronunciarsi nuovamente su entrambe le questioni. Non è difficile immaginare che, prima o poi, il ricorso al referendum potrebbe essere evocato per altre questioni spinose, da quella nordirlandese, resa nuovamente problematica dall’esito del referendum sulla Brexit, a quella del Galles o, perché no, della successione al trono quando l’attuale monarca verrà a mancare. Ecco perché credo si possa parlare di un vero e proprio processo di erosione della legittimità parlamentare. Poco a poco comincia a farsi strada l’idea, accolta da una parte dell’opinione pubblica e caldeggiata da diversi demagoghi, che il processo legislativo tradizionale sia obsoleto e che sia opportuno integrarlo attraverso il ricorso diretto alla volontà popolare. Sempre più spesso quindi i Parlamenti operano all’ombra di un referendum, anche soltanto ipotetico, il cui esito immaginato non può che condizionarne gli orientamenti.

Mario Ricciardi su Rivista Il Mulino

Salute mentale e battaglia dei familiari

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Due telefonate stamattina su un tema importante, nella giornata mondiale della Salute Mentale, denunciano il disagio e la solitudine di tante famiglie con figli, genitori, parenti malati, abbandonati a sé stessi nella gestione di malattie complicate. Mentre un recente disegno di legge, presentato al Senato, cerca di riprendere la legge Basaglia che in parte resta ancora inapplicata.

Gli ospiti del 10 ottobre 2017

Peppe Dell’Acqua, psichiatra, ha lavorato con Franco Basaglia e diretto per 17 anni il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste

Arturo Cannarozzo, 26 anni, vice presidente dell’associazione di promozione sociale Kairòs, Trieste

Walter Galavotti, rappresentante dell’associazione ‘E pass e’ temp e membro del direttivo nazionale Unasam (Unione Nazionale Delle Associazioni Per La Salute Mentale)

Luigi Cuccurullo, ci ha scritto sul blog

Martina, ci ha mandato un sms: scrivo per far conoscere la storia di un amica con una storia di numerosi tentati suicidi, lunghi e inutili ricoveri nel reparto psichiatrico dell ospedale cittadino. un ex marito. un figlio piccolo. la diagnosi è sindrome bipolare. siamo sconvolti nel vedere l’assoluta mancanza di strutture territoriali (nel ricco nord est?) che possano accoglierla e sostenerla quando x l’ennesima volta la dimetteranno dicendo che era solo una terapia sbagliata. case famiglia per persone con fragilità mentali non esistono

Raffaello Martini, psicologo della Comunità, già docente della Cattolica, è soprattutto un operatore sul campo, ha ideato  il progetto “Buon abitare” su come garantire qualità della vita a chi ha disagio psichico al di là delle cure mediche. Studio delle  buone pratiche di vicinato

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